Si dice che quando gli uomini muoiono rimangono le loro idee.
Si dice che le idee sono patrimonio di tutti e per questo che sopravvivono agli eventi.
Si dice che l’ideologia è un qualcosa che ti prende dentro e ti porta a fare cose che non si pensava di poter fare.
Si dicono tante cose ma spesso il tutto muore con la morte di con colui che l’ha pensato. Non è una morte netta, è una lenta agonia che altri, incuranti del valore delle idee che avevano abbracciato, lasciano spegnere sotto pensieri fatti di nulla.
Si autoproclamano paladini dei deboli, conoscitori della cultura comunista, delle mani sporche di fango adornate da calli cresciuti sotto lavori pesanti e degli occhi spenti da un lavoro che ti ha mangiato dentro come la corrente lenta di un torrente erode i pilastri secolari dei ponti. Li vedi sui palchi cavalcare brocchi, una volta splendidi purosangue lasciati morire di fame o semplicemente alimentati con scarsa voglia.
Si prendono i meriti di ribellioni filosofiche quando le masse vorrebbero sentir parlare di ribellioni di coscienza.
Si appropriano di idee che una volta erano boati che facevano tremare l’animo, trasformandole in surrogati di citazioni senza senso; incapaci di dar vita a discorsi solidi come il cemento si divertono a dar voce alle frasi fatte che si frantumano al primo alitare di vento.
Parlano di rivoluzioni vestendo abiti firmati e mostrando impeccabili manicure, ci chiedono fiducia mentre con una mano ci danno una pacca sulla spalla e con l’altra ci sfilano il portafogli del nostro futuro.
Tutti in prima fila per accaparrarsi il merito di aver fatto la storia del comunismo moderno italiano, ma la storia, cari miei, solo lui l’ha saputa fare.
Buon compleanno Enrico! Pensaci tu da lassù, perché da queste parti, i tuoi figliocci, ti hanno tradito tradendo tutti noi che in quelle idee abbiamo sempre creduto e nonostante tutto, ancora ci crediamo.






