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Archivio Giornaliero: 28 gennaio 2011

… per chi ha già dimenticato

Tutti si ricordano di rendere omaggio al “giorno della memoria” ma io sono uno di quelli che vorrebbe fosse ricordato anche un altro giorno… un giorno che viene tranquillamente ignorato da tutti, un giorno che è costato e sta costando ancora oggi la vita ad un popolo che merita tutto il cordoglio ed il rispetto del mondo ma che il mondo sembra quasi vergognarsi di esprimerlo.
Già perchè questo popolo viene etichettato come “terrorista” e quindi può essere deportato senza alcun problema o indignazione mondiale… questo popolo può essere decimato senza ragione alcuna in nome della sovranità di chi poi non si sa…
Di che popolo parlo?… del Popolo della Palestina…
Il mondo intero si affanna a ricordare il genocidio ebraico ma non fa assolutamente nulla per ricordare la deportazione fatta dagli israeliani a scapito dei palestinesi…
I morti sono tutti uguali, dovrebbero essere tutti uguali, invece anche qui c’è il morto che va ricordato e quello scomodo che va ignorato…
Chi non è morto vive da profugo, da rifugiato… non può tornare a casa nonostante varie risoluzioni ONU ne autorizzino il loro ritorno e questo accade perchè Israele nega loro il permesso…
Prima del 1948 i Palestinesi possedevano più del 90% della terra in Palestina, poi venne l’ “Al Nakba il 15 maggio 1948″… oggi ne possiedono o ne hanno accesso solo al 10%.

Quando fummo costretti a lasciare Jaffa per Akka, non avvertivamo alcun senso di tragedia. Era come andare a trascorrere le vacanze in un’altra citta’. Le nostre giornate ad Akka non erano insolite: forse e’ che, essendo giovane, provavo gioia per tutto quello che serviva a tenermi lontano da scuola… Poi, la notte del terribile attacco ad Akka, tutto divenne piu’ chiaro. Fu, credo, una notte crudele, trascorsa tra il silenzio austero degli uomini ed il pianto delle donne. I miei compagni, tu ed io, eravamo troppo piccoli per capire cio’ che stava accadendo. Pero’, da quella notte, certe cose cominciarono a delinearsi piu’ chiaramente di fronte ai nostri occhi. La mattina successiva – gli ebrei si erano ritirati dopo aver minacciato e fulminato – vidi un grosso camion che ci attendeva alla porta di casa. Piccole cose di casa, leggere, come materassi e coperte, venivano stipati all’interno, istericamente.

Mentre ero in piedi, appoggiato con la schiena all’antico muro della nostra casa, vidi tua madre entrare nel camion, poi tua zia, poi i piu’ piccoli; infine tuo padre comincio’ a caricare te ed i tuoi fratelli nella macchina, al di sopra dei bagagli. Poi mi prese dall’angolo in cui mi ero cacciato e, portandomi a cavalcioni sulle spalle, mi sistemo’ nella gabbia di ferro della cabina guida, dove mio fratello Riad sedeva tranquillo. Il veicolo parti’ prima che potessi trovare una posizione comoda. Akka spariva poco a poco tra le pendici delle colline che delimitavano la strada che portava a Ras al-Naqura (Libano).

Sembrava tutto avvolto nella nebbia, ed un senso di gelo comincio’ a piantarsi all’interno del mio corpo. Riad, con la schiena poggiata sui bagagli e le gambe che penzolavano dal bordo della cabina di metallo, sedeva con solennita’, mirando in lontananza. Io stavo zitto, con le guance strette tra le ginocchia, e le braccia avvolte attorno ad esse. Uno dopo l’altro, sparivano i giardini delle arance: da lontano gli spari ci sembravano saluti di addio.

Ras al-Naqura apparve all’orizzonte, avvolta da una nebbia bluastra. Il veicolo si fermo’ all’improvviso. Le donne scesero e si fermarono presso un venditore di arance seduto al ciglio della strada. Mentre esse tornavano, con le arance tra le mani, le sentivamo singhiozzare. Solo in quel momento le arance mi apparvero oggetti cari e preziosi, ed ognuno di quei frutti tondi e puliti divenne qualcosa di cui rallegrarsi. Tuo padre, seduto a fianco dell’autista, prese un’arancia, la fisso’ in silenzio, poi inizio’ a piangere come un bambino indifeso.

A Ras al-Naqura il nostro veicolo si fermo’ vicino ad altri veicoli simili. Gli uomini cominciarono a consegnare le loro armi ai poliziotti che erano li’ apposta. Poi venne il nostro turno. Vidi pistole e fucili gettati su un lungo tavolo, vidi la fila di veicoli entrati in Libano: tutti avevano lasciato dietro di se’ le tortuose strade della terra delle arance, ed allora anch’io cominciai a piangere amaramente. Tua madre fissava ancora le arance, in silenzio, e nei suoi occhi brillavano tutti gli alberi d’arance che tuo padre aveva dovuto lasciare agli ebrei. Era come se tutti quegli alberi, lindi e sottili, potesse vederli sul suo volto come in uno specchio. E negli occhi di tuo padre, senza che egli potesse evitare di nasconderle all’ufficiale della stazione di polizia, brillavano le lacrime.

Quel pomeriggio raggiungemmo Sidone: eravamo diventati profughi.

dal romanzo autobiografico “La terra delle arance tristi” di G. Kanafani

Nessuno mette in dubbio la persecuzione degli ebrei… ma sarebbe il caso di non mettere più in dubbio nemmeno la persecuzione dei palestinesi… ad opera degli stessi ebrei.

Dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, il feroce bombardamento israeliano uccise 1.417 persone di cui la maggior parte donne e bambini (dati del Palestinian Centre for Human Rights di Gaza).
Fornitura di acqua tossica a 700.000 bambini di Gaza

Il numero di atrocità sarebbe lungo da elencare…

Gaza non è certo Auschwitz ma anche loro meritano di essere ricordati

Perchè lo scrivo oggi e non il 15 maggio prossimo? Perchè non serve un giorno prestabilito per ricordare… bisogna Ricordare… tutto qui… semplicemente Ricordare!

 
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Pubblicato da su 28 gennaio 2011 in Deliri Mentali, Diritti Umani

 

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